mercoledì 6 febbraio 2013

la metà alla meta.



Cerchiamo la nostra metà anche per tutta la vita, è la meta del nostro viaggio sulla terra
     Premetto che non sono un credente nel senso strettamente religioso, ma credo nello spirito, magari strettamente legato al fisico, in ognuno di noi c’è una spiritualità, che poi ciascuno gli dia il nome che preferisce. Preambolo per poi dire che la metà che cerchiamo non è un qualsiasi partner, moglie o marito, oppure amante, è proprio la metà che ci manca, la parte che ci completa. E’come se alla nascita qualcosa di noi si fosse scissa e finita chissà dove.
    Noi la cerchiamo, la dobbiamo trovare, ma deve essere quella metà lì, non una qualsiasi. Come due pezzi di un puzzle.
    Altrimenti non saremo mai completi.

mercoledì 30 gennaio 2013

parte 19.1




I tre poliziotti si avvicinarono ai ciclisti ancora esterrefatti per avere incontrato quella mattina una donna orribilmente morta sulla loro spensierata via, lontano dalla strada, dai rumori e dal caos.
Si sarebbero aspettati una famiglia di cinghiali attraversargli il sentiero che percorrevano, magari un cane rincorrere uno dei loro polpacci, ma una macchina nera sporcata del rosso colore del sangue proprio no.
“Sono l’ispettore Franco Martini della squadra mobile di Opicina” Si qualifico l’agente più anziano.
Risposero i loro nomi quasi in coro i tre ciclisti, infreddoliti dal stare fermi con addosso tutine adatte ad atleti dai sforzi muscolari intensi e continuati, non sicuramente adatte a dei spettatori di morte.
“Immagino che abbiate chiamato il 113 appena visto il cadavere, avete toccato qualcosa?”
“ Sì abbiamo chiamato subito e no, non abbiamo toccato nulla” Rispose Giuseppe Collavini, quello che sembrava il “capo gita”.
“ Siamo tre pompieri della caserma di Opicina e senza questi caschi da ciclista e con la nostra divisa probabilmente ci avrebbe già riconosciuti.” Disse togliendosi gli occhiali specchiati che portava.
“Accidenti vero, ora la riconosco, se il mondo è piccolo, Opicina è meno che piccolissima. Questo mi semplifica un po’ le cose. Vi lascio procedere, passate più tardi presso il nostro commissariato così ci firmate una breve dichiarazione.”
“Come vuole ispettore.”
“Non ci sono problemi dottore, le auguro una migliore continuazione.”
“Credo sia difficile il contrario… ma non impossibile… saluti.”
Giuseppe Collavini era il vice comandante della caserma dei pompieri di Opicina e spesso i due si erano trovati nello stesso posto per lo stesso motivo. Magari per estrarre una persona da una macchina accartocciata dopo un incidente o solamente per tirare giù da un tetto un rumoroso gatto in amore.

parte 18.0 secondo atto



SECONDO ATTO

Erano le quattro e venticinque di una notte oramai stanca e di una mattina non ancora rivelata. Le colline che accompagnavano un’autostrada deserta che dal confine italiano di Fernetti proseguiva in direzione della capitale Slovena prendevano forma. Natasha si trovava a guidare la sua Alfa Mito nera, ben attenta a non oltrepassare i limiti di velocità, anche se sapeva bene che mai a quell’ora autopattuglie della polizia slovena si trovassero su quel tratto che lei percorreva con una certa assiduità. Nei pressi di Lubiana, la macchina nera imbocco l’uscita per un paesino di nome Vhrnika, per poi fermarsi in una piazza come da istruzioni ricevute via sms. Doveva incontrare un uomo, sempre lo stesso, ma in luoghi sempre diversi che le venivano forniti all’ultimo momento. Sì fermò e spense le luci, era puntuale, l’uomo non c’era. Aspettò dentro l’auto,  assieme a mille pensieri ed ancora più dubbi. Era stufa, di tutto e di tutti. O quasi tutti. Il suo volto non riusciva a celare il turbamento.
Dopo dieci minuti arrivò una Bmw, scese un uomo di media corporatura apparentemente distinto, portava un cappotto grigio, un cappello grigio e guanti di pelle nera. Apri il bagagliaio ne estrasse una grossa valigia rigida tipo Sansonite, Natasha scese dall’auto e aprì il portellone della sua Mito, l’uomo ci infilò la valigia.
“Buongiorno Natasha”
“Buongiorno signor Igor”
“Tutto bene Natasha? Ti vedo stanca…”
“No signor Igor, tutto bene”
Il tale signor Igor la guardò negli occhi, sfoderando un sorriso rassicurante che ricordava un politico italiano dalla faccia che sembra una maschera.
“Meglio così, d’altra parte sei la puttana più ricca dell’Ucraina, di cosa ti puoi lamentare?”
Natasha non rispose, la verità fa male.
“Ah, l’altro ieri ho visto la tua sorellina, sta crescendo bene, così come il suo seno, sta diventando proprio un bel bocconcino.”
“Non la guardare neanche, stalle lontano o…”
“Shhhh… fai la brava cagnetta… Ora vai a fare quello che sai. E non preoccuparti. Non serve.”
Natasha sapeva che doveva obbedire: montò in macchina e prese la strada del ritorno.
L’uomo la guardò impassibile andarsene, poi estrasse dal suo cappotto un telefonino, fece velocemente un numero, rispose una segreteria telefonica:
“la corriera ha esaurito la benzina.”
Poi spense il cellulare estraendo batteria e sim, li buttò in un cassonetto adiacente.
Natasha si stava asciugando le lacrime mentre guidava spingendo sull’acceleratore e portando la macchina attorno ai 180 chilometri l’ora. Incurante di quei limiti che fino a poco fa stava perfettamente attenta, come se voleva essere fermata. Prese il cellulare fece il numero della persona di cui era innamorata. Pensò ai consigli dati appena qualche giorno prima alla sua collega Carla e pensò quanto sia facile dispensare pillole di verità e quanto sia difficile ingoiarle.
Dall’altro capo una voce di donna.
“Pronto?”
“Tesoro, sono io…”
“Natasha… che ora è? Che cosa succede?”
“Volevo sentire la tua voce, mi manchi…”
“Sono le cinque meno dieci, non mi chiami solo per sentire la mia voce…mi fai preoccupare.”
Devi preoccuparti.
“Tutto bene se ti vedo… “
“Allora dammi il tempo di indossare qualcosa. Fra trenta minuti al solito posticino nostro, ok?”
Non perdere tempo a vestirti…
“Sì tesoro, va benissimo… ti amo…”
“ A fra poco zuccherino mio”

Arrivò per prima una pattuglia della polizia del reparto di Opicina (un borgo triestino sull’altipiano carsico vicino il valico di Fernetti). Dalla volante scesero tre agenti, dall’altra parte tre ciclisti, un’Alfa Mito nera e un cadavere.

venerdì 28 dicembre 2012

giovedì 27 dicembre 2012

parte 17.0 fine primo atto



Nonostante non volessi più parlarle, ne sentirla, avvertivo il bisogno di vederla, magari in lontananza. Mi appostavo quasi ogni sera dietro il club, prima che lei arrivasse e dopo, prima che se ne andasse: volevo solamente sapere che stesse bene.
Almeno questa era scusa che usavo per me stesso.
Una sera dopo non averla vista entrare al Venezuelos e pensando che probabilmente era tra le braccia di qualche bancario di merda, m’incamminai verso un percorso che prometteva bar ed alcool, persone e bicchieri: calici pieni confacenti a colmare vite vuote.
Ero appena uscito da un bar nel centro del ghetto della città e mentre mi avviavo verso una taverna lì nelle vicinanze, mi ritrovai con la faccia a terra senza aver avuto nemmeno il tempo di capire che stavo cadendo, non ero inciampato di sicuro, quindi qualcuno mi aveva spinto giù, appena balenai questa idea, sentii una fitta secca sul fegato. Capii che si trattò di un calcio, solamente quando il secondo mi colpi la mascella.
Fanculo, due colpi ed ero già K.O..
Chi me li aveva appena tirati sapeva il fatto suo. 
Un tizio piccolo ma ben piazzato, che ricordai di averlo già visto al club, alzandomi testa per i capelli mi intimò di farmi i cazzi miei e di stare alla larga del Venezuelos e di chi ci lavorava. Non riuscii a rispondere, il dolore che provavo era troppo forte.
“Hai capito quello che ti ho detto femminuccia?”
Avrei voluto dirgli che forse era meglio che si guardasse sempre e bene le spalle e che era stato un vigliacco a prendermi alla schiena e che se riuscivo ad alzarmi avrei lucidato i miei stivali prendendolo a calci in culo… e che lo avrei ucciso... ma prima che ci riuscissi, un altro calcio mi colpi allo stomaco.

Fine del primo atto.

giovedì 20 dicembre 2012

parte 16.1



I vestiti lasciarono spazio alle nostre carnagioni, ambedue ambrate: la sua tanto uniforme quanto innaturale e la mia, che teneva vaghi ricordi del sole tropicale.
Eravamo follemente presi una dall’altro. Le nostre essenze si mischiarono divenendo un corpo ed un anima sola. Passione e dedizione ci condussero in un universo parallelo, in un posto dove non esiste il male.
E ben che meno i magnacci.
Pensai che avrei comprato casa volentieri in quel posto. Indifferentemente quanto costasse e se per pagarlo avrei dovuto vendere l’anima, al diavolo. O a chi per lui: ne valeva assolutamente la pena.

Sarà che il tempo è fottutamente relativo,  ma come le cose cambiano nel giro di pochi attimi non lo capirò mai: lei accese una sigaretta, non lo faceva mai, almeno non in mia presenza, sapeva che odiavo le sigarette, mi guardò con occhi distaccati e freddamente disse: “Gio’, prendiamoci un po’ di tempo.”  
Anche l’altro universo mi cadde addosso. 
Non esistono posti in cui al male sia negato l’accesso.
Non dissi nulla, mi misi i vestiti tra le nuvole grigie delle sue stramaledette sigarette sottili (e piene di merda). Uscendo, appoggiai sulla mensola dell’ingresso 50 euro, asserendo che erano più che ottimi ed abbondati per le sue scarse e scadenti prestazioni. Non volevo darle diritto di replica, non la guardai nemmeno, chiusi la porta con finta cortesia. Scesi per delle scale grigie, di vani grigi, di un condominio grigio.
Non mi ero mai accorto di quanto il grigio fosse vuoto e grigio era tutto quello che mi circondava.

Viali senza alberi e gradinate senza scalini,
albe senza luce e tramonti senza sole;
negozi pieni di cose vuote e commesse colorate dall'anima grigia.
Amari ricordi del dolce sorriso di una bocca di rosa mai stata mia.  


Per un bel po’ tutto quello che mi circondava diventò asettico. Ero in uno stato di anestesia che, in quel frangente di disperazione, serviva a creare alibi emozionali.

parte 15.2



Rimasi silenzioso. Continuavo a non capire cosa stesse succedendo.
“ Gio’ io ti amo, e questo è un sentimento che non mi posso permettere di avere.”
“ Ci sei andata a letto?”
“ Cambia qualcosa?”
“ Certo che cambia, mi è già difficile pensare che lo fai per lavoro… ora anche per divertimento proprio no!”
“ Non ci sono andata a letto e non ci ho fatto sesso, ci ho solo parlato, è uno carino sai… lavora in banca…”
“ Interessante teoria. E’ carino in quanto lavora in banca? C’entrano sempre i soldi per te, vero? Mi verrebbe da dire che per te con i soldi c’entra tutto!”
Presi un bel ceffone. Solitamente la verità fa male a chi la sente, ora anche a chi l’ha detta.
Mi guardò un attimo, non riuscivo a capire se mi odiava in quel momento o che.
Passarono alcuni minuti in silenzio, un po’ ci guardavamo, un po’ gli sguardi si perdevano oltre i muri verso orizzonti improbabili. Lei mi si avvicinò e con voce pacata e risoluta mi disse che mi avrebbe lasciato. Disse che l’avrebbe già dovuto fare.
Accusai il colpo, feci per andarmene, lei mi fermò prendendomi saldamente la mano, poi mi baciò.
E non fu un bacio e basta, continuò a farlo.  Nonostante una mia iniziale riluttanza, mi continuò a baciare, senza darmi diritto di decisione, senza darmi respiro. Comandava lei. Io non sapevo come ribellarmi, o forse sapevo ma sicuramente non volevo.
I baci sono l’essenza dell’amore. E sono sinceri in quanto privi di parole.
Le parole che sono spesso fuorvianti, a volte partono dalla pancia, altre dalla testa.I baci partono dal cuore. Gli abbracci dall’anima. E lei mi teneva stretto fra le sue braccia.
Ed io, bisognoso di cure come un ammalato terminale, la lasciavo fare.
Ero alla sua mercè.
Chi è alla mercè di chi.
Mi disse che era uno strazio solo pensare di lasciarmi andare.