giovedì 13 dicembre 2012

istruzioni 3.0



All'interno del blog, come oramai tanti lettori sanno, c'è una storia, una storia di un amore pressoché impossibile, irto di passioni forse proprio per lo stesso motivo. La storia va letta in ordine progressivo numerico e, siccome potrebbe essere soggetta a revisione e/o aggiunte, per comodità ho usato un doppio sistema numerico, ovvero inizia con "parte 1.1" dove il primo 1 sta per capitolo ed il secondo 1 sta paragrafo. E così via: parte 1.2, parte 1.3, parte 2.1, 2.2, 2.3 etc.etc..

parte 13.2



La mattina seguente Carla mi svegliò per fare colazione. Non era mai accaduto e la cosa mi fece piacere.
“Ho voglia di fare colazione con te, stamane. Ti ricordo che oggi dopo il lavoro mi vedo con una mia amica. Ci vediamo stasera. Passo per casa prima del lavoro.”
“Bene, approfitterò per fare alcune cose arretrate.”
Mentre parlavamo Carla si vestiva. Notai, senza però farci particolarmente caso, che indossò dei abiti più belli di quelli solitamente usati per recarsi al Call Center. Lo fece davanti a me, pensai che era sexy non solo quando si toglieva i vestiti.
Intanto un fischio proveniente dalla moka decretò che il caffè era pronto. Ci sedemmo uno di fronte all’altro. Facemmo colazione guardandoci continuamente.
“Come sei bella ed elegante oggi.”
”Direi come sempre, non mi vedo addosso nulla di particolare.”
“Non è vero, oggi sei più carina del solito.”
“Non chiamarmi carina, non mi piace, mi sembra un modo educato per non dire bruttina.”
“Assolutamente non ero ciò che intendevo, ma non lo farò più. Tu sei molto di più di carina, sei bellissima.”
“Mi stai adulando?.”
“Assolutamente sì!”
Mi guardò ancora un attimo prima di uscire. Un bacio fugace ed una parola che, col senno di poi, poteva voler dire tante cose. “Scappo. Ciao”.
La vita è un continuo trascinamento in salita, verso una vetta indistinta che come un miraggio più strada fai, più lei si allontana. Inoltre crepacci in cui cadere, non mancano mai. E sono sempre celati in abiti ammalianti.

parte 13.1



Tornai a casa di Carla nel primo pomeriggio. Suonai il campanello ma non rispose. Entrai con le mie chiavi. La trovai a letto, sotto le coperte. Non dormiva. La cornice non era apparentemente più dove l’avevo lasciata. Carla si accorse che guardavo il comò con espressione di chi cerca con gli occhi qualcosa che non c’è. Mi capiva sempre al volo, fin dal primo giorno, dal primo momento. 
Così la capivo anch’io. 
Almeno credevo.
Fece cenno di avvicinarmi e appena fui ai piedi del letto mi mostrò che teneva stette quelle incorniciate parole a se, vicine al suo seno e vicine al suo cuore.
Disse semplicemente grazie.
“Ho fatto solamente il mio dovere.” risposi, cercando con dell’ironia di minimizzare la cosa. Mi sentivo imbarazzato, non avevo mai scritto parole d’amore. E non ero pronto a ricevere complimenti.
“ Sono parole bellissime, le porterò sempre con me, nel mio cuore, qualsiasi cosa possa succedere fra di noi”
Non feci caso alle ultime parole che lei disse. Non lo feci perché focalizzavo le prime, ovvero su quelle che promettevano un legame inscindibile fra un mio pensiero ed il suo cuore. 
Ciò mi riempiva di felicità. E di orgoglio.
L’orgoglio non è altro che un vizio che prima inganna le anime e poi le divora.
“Sei l’uomo più bello del mondo e la miglior cosa che mi potesse mai capitare. Sei il mio punto di equilibrio.”
“ No, sono solo un uomo fortunato perché ha vicino una stella. Ma non una qualsiasi: ho vicino la stella più bella.”
Le parole non sono immortali. La loro vita è più breve di quel che si voglia credere.

mercoledì 12 dicembre 2012

Mentre Dormi

Mentre dormi ti proteggo
e ti sfioro con le dita
ti respiro e ti trattengo
per averti per sempre
oltre il tempo di questo momento
arrivo in fondo ai tuoi occhi
quando mi abbracci e sorridi
se mi stringi forte fino a ricambiarmi l'anima




(Max Gazzè)

giovedì 6 dicembre 2012

in attesa

              ... le nostre giovani anime dimorano in corpi scolpiti dalle passioni che abbiamo vissuto. 
In attesa che i segni delle passioni future completino la mappa dell'essere...  (M.P.)

mercoledì 5 dicembre 2012

parte 12.2



La fiducia nella persona e la lieve ebbrezza mi portò a confidare a Pino la mia relazione con Carla. Era la prima persona che ne venne a conoscenza. I miei vecchi amici di scuola che mi portarono al Venezuelas non sapevano altro che di un mio incontrò nel privè del locale con una biondina da brivido. Credo che non sarebbero nemmeno capaci di riconoscerla fuori dalle vesti di Miss Downey. Né loro né altri. E questo mi rassicurava.
“Situazione complicata.” Disse alla conoscenza dei duplici lavori della mia donna.
“Già, ma se solo saprei spiegarti quello che c’è fra di noi…sai, oggi le ho scritto una poesia, non avrei mai creduto di essere capace di mettere assieme più di due parole, poi tutto d’un getto lo scritta, per certi versi ne sono fiero. Poi penso che sia solo merito suo. Io non ero altro che la mano scrivente. Lei, la musa.”
“Auguri, ma state attenti.” aggiunse stringato. Se aveva del disappunto non lo fece notare. Comportamento frutto probabilmente dell’istruzione militare che acquisì in Israele: non porre mai  domande.
D’altra parte Israele è un paese in guerra con metà mondo. Oltre che con se stessa.
Ignoravo ancora che nel giro di due giorni due persone diverse, che non si conoscevano, e nulla avevano in comune, ci mettessero in guardia sull’amore che provavamo e su un viaggio affettivo in bilico su un filo sottile che io e Carla stavamo intraprendendo.
Io e Pino ci salutammo con la solita illusoria promessa che bisognava trovare più occasioni per quei incontri. Visto che, ammesso ci fossimo nuovamente incontrati sulla stessa nave da crociera, il suo ruolo impediva che si avvicinasse nemmeno lontanamente ad un bicchiere che non fosse di acqua.

lunedì 26 novembre 2012

parte 12.1



Alle tredici avevo un impegno già preso da alcuni giorni per un pranzo frugale con un  amico, Pino Della Terra.
Pino l’ho conosciuto a bordo della prima nave da crociera su cui sono stato imbarcato. Diventammo subito amici, merito o causa dell’appartenenza che avevamo in comune: la stessa città natale. Era figlio di madre israeliana e padre triestino di origine ebrea. Lui era alto e di corporatura robusta, capelli castani e occhi chiari di  ghiaccio, probabilmente discendeva da qualche famiglia di origine tedesca o polacca. Quando era a Trieste in congedo dava una mano al negozio di antichità del fratello, situato nel centro storico della città. A bordo della nave, invece, si occupava di security. Sapevo che per un certo periodo Pino aveva vissuto in Israele e che lì aveva fatto il servizio militare.
Ci trovammo per un panino in un buffet nel centro cittadino. Locale pieno di gente di tutti i tipi che consumano pranzi o merende velocissimi dettati da pause ristrette di lavoro. C’era un via vai di gente. Chi con cravatte nuove e chi con tute da lavoro usurate. Ognuno la sua divisa, imposta dal tipo di lavoro per la sua praticità. Se le tute da lavoro e le loro molteplici tasche aiutano l’operaio a contenere attrezzi di lavoro, anche una cravatta nuova può dimostrarsi pratica nell’incarico affidatoli: infonde serietà e professionalità, evitando di doverle dimostrare.  A volte per guadagnare tempo. Spesso per la sola incapacità di poterle comprovare.
Pino vestiva con abiti che definirei casual (termine inglese, che cerca di ridare della dignità a quei vestiti messi a caso), era una persona che nutriva di più la sua anima che il suo aspetto, per questo spassoso ed intelligente. Forse proprio per questo sempre pronto ad assaporare i piaceri che la vita può offrire, nella fattispecie, le rare volte che ci si vedeva per questi frugali pranzi, non mancavano mai alcuni bicchieri di vino. Rigorosamente di qualità. Adorava i vini siciliani. Ne disquisiva sempre volentieri, asserendo che i vini siciliani, se non sono di ottima qualità sono assolutamente pessimi, senza passare per mezze misure. E senza usare mezzi termini. Certo è che la loro alta gradazione ci conferiva ogni qual volta una diffusa piacevolezza.