...
le nostre giovani anime dimorano in corpi scolpiti dalle passioni che
abbiamo vissuto.
In attesa che i segni delle passioni future completino
la mappa dell'essere... (M.P.)
giovedì 6 dicembre 2012
mercoledì 5 dicembre 2012
parte 12.2
La fiducia nella persona e la lieve
ebbrezza mi portò a confidare a Pino la mia relazione con Carla. Era la prima
persona che ne venne a conoscenza. I miei vecchi amici di scuola che mi
portarono al Venezuelas non sapevano altro che di un mio incontrò nel privè del
locale con una biondina da brivido. Credo che non sarebbero nemmeno capaci di
riconoscerla fuori dalle vesti di Miss Downey. Né loro né altri. E questo mi
rassicurava.
“Situazione complicata.” Disse alla
conoscenza dei duplici lavori della mia donna.
“Già, ma se solo saprei spiegarti
quello che c’è fra di noi…sai, oggi le ho scritto una poesia, non avrei mai
creduto di essere capace di mettere assieme più di due parole, poi tutto d’un
getto lo scritta, per certi versi ne sono fiero. Poi penso che sia solo merito
suo. Io non ero altro che la mano scrivente. Lei, la musa.”
“Auguri, ma state attenti.”
aggiunse stringato. Se aveva del disappunto non lo fece notare. Comportamento
frutto probabilmente dell’istruzione militare che acquisì in Israele: non porre
mai domande.
D’altra parte Israele è
un paese in guerra con metà mondo. Oltre che con se stessa.
Ignoravo ancora che nel giro di due
giorni due persone diverse, che non si conoscevano, e nulla avevano in comune, ci
mettessero in guardia sull’amore che provavamo e su un viaggio affettivo in
bilico su un filo sottile che io e Carla stavamo intraprendendo.
Io e Pino ci salutammo con la
solita illusoria promessa che bisognava trovare più occasioni per quei
incontri. Visto che, ammesso ci fossimo nuovamente incontrati sulla stessa nave
da crociera, il suo ruolo impediva che si avvicinasse nemmeno lontanamente ad
un bicchiere che non fosse di acqua.
lunedì 26 novembre 2012
parte 12.1
Alle tredici avevo un impegno già
preso da alcuni giorni per un pranzo frugale con un amico, Pino Della Terra.
Pino l’ho conosciuto a bordo della
prima nave da crociera su cui sono stato imbarcato. Diventammo subito amici, merito
o causa dell’appartenenza che avevamo in comune: la stessa città natale. Era
figlio di madre israeliana e padre triestino di origine ebrea. Lui era alto e
di corporatura robusta, capelli castani e occhi chiari di ghiaccio, probabilmente discendeva da qualche
famiglia di origine tedesca o polacca. Quando era a Trieste in congedo dava una
mano al negozio di antichità del fratello, situato nel centro storico della
città. A bordo della nave, invece, si occupava di security. Sapevo che per un
certo periodo Pino aveva vissuto in Israele e che lì aveva fatto il servizio militare.
Ci trovammo per un panino in un buffet
nel centro cittadino. Locale pieno di gente di tutti i tipi che consumano
pranzi o merende velocissimi dettati da pause ristrette di lavoro. C’era un via
vai di gente. Chi con cravatte nuove e chi con tute da lavoro usurate. Ognuno
la sua divisa, imposta dal tipo di lavoro per la sua praticità. Se le tute da
lavoro e le loro molteplici tasche aiutano l’operaio a contenere attrezzi di
lavoro, anche una cravatta nuova può dimostrarsi pratica nell’incarico
affidatoli: infonde serietà e professionalità, evitando di doverle dimostrare. A volte per guadagnare tempo. Spesso per la
sola incapacità di poterle comprovare.
Pino vestiva con abiti che
definirei casual (termine inglese, che cerca di ridare della dignità a quei
vestiti messi a caso), era una persona che nutriva di più la sua anima che il
suo aspetto, per questo spassoso ed intelligente. Forse proprio per questo sempre
pronto ad assaporare i piaceri che la vita può offrire, nella fattispecie, le
rare volte che ci si vedeva per questi frugali pranzi, non mancavano mai alcuni
bicchieri di vino. Rigorosamente di qualità. Adorava i vini siciliani. Ne
disquisiva sempre volentieri, asserendo che i vini siciliani, se non sono di ottima
qualità sono assolutamente pessimi, senza passare per mezze misure. E senza usare
mezzi termini. Certo è che la loro alta gradazione ci conferiva ogni qual volta
una diffusa piacevolezza.
venerdì 23 novembre 2012
parte... imprecisata...
Erano le quattro e venticinque di
una notte oramai stanca e di una mattina non ancora rivelata. Le colline che
accompagnavano un’autostrada deserta che dal confine italiano di Fernetti
proseguiva in direzione della capitale Slovena prendevano forma. Natasha si
trovava a guidare la sua Alfa Mito nera, ben attenta a non oltrepassare i
limiti di velocità, anche se sapeva bene che mai a quell’ora autopattuglie
della polizia slovena si trovassero su quel tratto che lei percorreva con una
certa assiduità. Nei pressi di Lubiana, la macchina nera imbocco l’uscita per
un paesino di nome Vhrnika, per poi fermarsi in una piazza come da istruzioni
ricevute via sms. Doveva incontrare un uomo, sempre lo stesso, ma in luoghi
sempre diversi che le venivano forniti all’ultimo momento. Sì fermò e spense le
luci, era puntuale, l’uomo non c’era. Aspettò dentro l’auto, assieme a mille pensieri ed ancora più dubbi.
Era stufa, di tutto e di tutti. O di quasi tutti. Era turbata, ed il suo volto non riusciva a celarlo.
Dopo dieci minuti arrivò una Bmw,
scese un uomo di media corporatura apparentemente distinto, portava un cappotto
grigio, un cappello grigio e guanti di pelle nera. Apri il bagagliaio ne
estrasse una grossa valigia rigida tipo Samsonite, Natasha scese dall’auto e
aprì il portellone della sua Mito, l’uomo ci infilò la valigia.
“Buongiorno Natasha”
“Buongiorno signor Igor”
“Tutto bene Natasha? Ti vedo
stanca…”
“No signor Igor, tutto bene”
Il tale signor Igor la guardò negli
occhi, sfoderando un sorriso rassicurante che ricordava un politico italiano dalla
faccia che sembra una maschera.
“Meglio così, d’altra parte sei la
puttana più ricca dell’Ucraina, di cosa ti puoi lamentare?”
Natasha non rispose, la verità fa male.
“Ah, l’altro ieri ho visto la tua
sorellina, sta crescendo bene, così come il suo seno, sta diventando proprio un
bel bocconcino.”
“Non la guardare neanche, stalle
lontano o…”
“Shhhh… fai la brava cagnetta… Ora
vai a fare quello che sai. E non preoccuparti. Non serve.”
Natasha obbedì, sapeva di non poter fare altro,
prese la strada del ritorno.
L’uomo la guardò impassibile
andarsene, poi estrasse dal suo cappotto un telefonino, fece velocemente un
numero, rispose una segreteria telefonica:
“la corriera ha esaurito la
benzina.”
Poi spense il cellulare estraendo
batteria e sim, buttandoli poi in un cassonetto adiacente.
Natasha si stava asciugando le
lacrime mentre guidava spingendo sull’acceleratore e portando la macchina
attorno ai 180
chilometri l’ora. Incurante di quei limiti che fino a
poco fa stava perfettamente attenta, come se voleva essere fermata. Prese il
cellulare fece il numero della persona di cui era innamorata. Pensò ai consigli
dati appena qualche giorno prima alla sua collega Carla e pensò quanto sia
facile dispensare pillole di verità e quanto sia difficile ingoiarle.
Dall’altro capo una voce di donna.
“Pronto?”
“Tesoro, sono io…”
“Natasha… che ora è? Che cosa
succede?”
“Volevo sentire la tua voce, mi
manchi…”
“Sono le cinque meno dieci, non mi
chiami solo per sentire la mia voce…mi fai preoccupare.”
Devi
preoccuparti.
“Tutto bene se ti vedo… “
“Allora dammi il tempo di indossare
qualcosa. Fra trenta minuti al solito posticino nostro, ok?”
Non
perdere tempo a vestirti…
“Sì tesoro, va benissimo… ti amo…”
“ A fra poco zuccherino mio”
Arrivò per prima una pattuglia
della polizia del reparto di Opicina. Dalla volante scesero tre agenti, dall’altra
parte tre ciclisti, un’Alfa Mito nera e un cadavere.
martedì 13 novembre 2012
autunno

Anche quest'anno come l'altro e l'altro ancora il sole va calando, si accorciano le giornate mentre la nostra ombra si allunga e si fa pesante, il carico da sopportare aumenta come aumentano i fagotti sulle spalle per proteggerci dal freddo e per tenere dentro quel tepore di un’estate passata un’altra volta per sempre.
La fatica e le difficoltà non concedono la possibilità di capire che l’unica strada utile per seguire la ragione è abbandonarsi a una corsa sfrenata sul cammino della follia.
lunedì 12 novembre 2012
parte 11.1
Carla mi chiese conferma di ciò che
provavo per lei. Ero come in difficoltà, dirle che l’amavo mi sembrava, per
quanto veritiero, dozzinale. Volevo dire molto di più, ma non mi uscivano le
parole giuste. Mi chiese allora di scriverle qualcosa, forse così mi sarebbe
stato più facile.
Il giorno dopo le scrissi un
biglietto a mano, su una carta pergamenata, poi comprai una piccola cornice di
ceramica di una contessa altoatesina, da porre su un piano. Ci infilai dentro queste parole:
Potrei dirti che ti voglio bene, ma
mi appare poco,
potrei dirti che ti adoro, ma non è
abbastanza,
potrei dirti che ti amo, ma te l’ho
già detto,
o dirti che mi sembra di
respirarti,
e poi di essere l’aria che entra nel
tuo corpo.
Come se tu fossi all’interno di me
e poi io dentro di te.
Ma preferisco che tu, guardandomi
negli occhi,
possa scoprire questo e quanto
altro ancora provo,
che non so dire
e che non so scrivere,
perché non esistono le parole.
Preparai il tutto in una mattina
soleggiata che lasciava intravedere la possibilità che presto sarebbe arrivata
la primavera. Mi sembrava, forse, anche per questo motivo meteorologico la
giornata giusta per farlo. Arrivava la primavera, ovunque. Lasciai la cornice e
le mie parole sul comò, in camera da letto. Non le anticipai nulla, volevo assaporare
la sua reazione naturale. Non forzata da un annuncio.
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