venerdì 23 novembre 2012

parte... imprecisata...




Erano le quattro e venticinque di una notte oramai stanca e di una mattina non ancora rivelata. Le colline che accompagnavano un’autostrada deserta che dal confine italiano di Fernetti proseguiva in direzione della capitale Slovena prendevano forma. Natasha si trovava a guidare la sua Alfa Mito nera, ben attenta a non oltrepassare i limiti di velocità, anche se sapeva bene che mai a quell’ora autopattuglie della polizia slovena si trovassero su quel tratto che lei percorreva con una certa assiduità. Nei pressi di Lubiana, la macchina nera imbocco l’uscita per un paesino di nome Vhrnika, per poi fermarsi in una piazza come da istruzioni ricevute via sms. Doveva incontrare un uomo, sempre lo stesso, ma in luoghi sempre diversi che le venivano forniti all’ultimo momento. Sì fermò e spense le luci, era puntuale, l’uomo non c’era. Aspettò dentro l’auto, assieme a mille pensieri ed ancora più dubbi. Era stufa, di tutto e di tutti. O di quasi tutti. Era turbata, ed il suo volto non riusciva a celarlo.
Dopo dieci minuti arrivò una Bmw, scese un uomo di media corporatura apparentemente distinto, portava un cappotto grigio, un cappello grigio e guanti di pelle nera. Apri il bagagliaio ne estrasse una grossa valigia rigida tipo Samsonite, Natasha scese dall’auto e aprì il portellone della sua Mito, l’uomo ci infilò la valigia.
“Buongiorno Natasha”
“Buongiorno signor Igor”
“Tutto bene Natasha? Ti vedo stanca…”
“No signor Igor, tutto bene”
Il tale signor Igor la guardò negli occhi, sfoderando un sorriso rassicurante che ricordava un politico italiano dalla faccia che sembra una maschera.
“Meglio così, d’altra parte sei la puttana più ricca dell’Ucraina, di cosa ti puoi lamentare?”
Natasha non rispose, la verità fa male.
“Ah, l’altro ieri ho visto la tua sorellina, sta crescendo bene, così come il suo seno, sta diventando proprio un bel bocconcino.”
“Non la guardare neanche, stalle lontano o…”
“Shhhh… fai la brava cagnetta… Ora vai a fare quello che sai. E non preoccuparti. Non serve.”
Natasha obbedì, sapeva di non poter fare altro, prese la strada del ritorno.
L’uomo la guardò impassibile andarsene, poi estrasse dal suo cappotto un telefonino, fece velocemente un numero, rispose una segreteria telefonica:
“la corriera ha esaurito la benzina.”
Poi spense il cellulare estraendo batteria e sim, buttandoli poi in un cassonetto adiacente.
Natasha si stava asciugando le lacrime mentre guidava spingendo sull’acceleratore e portando la macchina attorno ai 180 chilometri l’ora. Incurante di quei limiti che fino a poco fa stava perfettamente attenta, come se voleva essere fermata. Prese il cellulare fece il numero della persona di cui era innamorata. Pensò ai consigli dati appena qualche giorno prima alla sua collega Carla e pensò quanto sia facile dispensare pillole di verità e quanto sia difficile ingoiarle.
Dall’altro capo una voce di donna.
“Pronto?”
“Tesoro, sono io…”
“Natasha… che ora è? Che cosa succede?”
“Volevo sentire la tua voce, mi manchi…”
“Sono le cinque meno dieci, non mi chiami solo per sentire la mia voce…mi fai preoccupare.”
Devi preoccuparti.
“Tutto bene se ti vedo… “
“Allora dammi il tempo di indossare qualcosa. Fra trenta minuti al solito posticino nostro, ok?”
Non perdere tempo a vestirti…
“Sì tesoro, va benissimo… ti amo…”
“ A fra poco zuccherino mio”


Arrivò per prima una pattuglia della polizia del reparto di Opicina. Dalla volante scesero tre agenti, dall’altra parte tre ciclisti, un’Alfa Mito nera e un cadavere.

martedì 13 novembre 2012

autunno


Anche quest'anno come l'altro e l'altro ancora il sole va calando, si accorciano le giornate mentre la nostra ombra si allunga e si fa pesante, il carico da sopportare aumenta come aumentano i fagotti sulle spalle per proteggerci dal freddo e per tenere dentro quel tepore di un’estate passata un’altra volta per sempre.

La fatica e le difficoltà non concedono la possibilità di capire che l’unica strada utile per seguire la ragione è abbandonarsi a una corsa sfrenata sul cammino della follia.


Una volta che ti avrò tolto i vestiti spegnerò la luce, 



Così ti riuscirò a vedere bene. Dentro...

lunedì 12 novembre 2012

parte 11.1



Carla mi chiese conferma di ciò che provavo per lei. Ero come in difficoltà, dirle che l’amavo mi sembrava, per quanto veritiero, dozzinale. Volevo dire molto di più, ma non mi uscivano le parole giuste. Mi chiese allora di scriverle qualcosa, forse così mi sarebbe stato più facile.

Il giorno dopo le scrissi un biglietto a mano, su una carta pergamenata, poi comprai una piccola cornice di ceramica di una contessa altoatesina, da porre su un piano. Ci infilai dentro queste parole:

Potrei dirti che ti voglio bene, ma mi appare poco,
potrei dirti che ti adoro, ma non è abbastanza,
potrei dirti che ti amo, ma te l’ho già detto,
potrei dirti che sei dentro di me, nei mie pensieri, sulla mia pelle,
o dirti che mi sembra di respirarti,
e poi di essere l’aria che entra nel tuo corpo.
Come se tu fossi all’interno di me e poi io dentro di te.
Ma preferisco che tu, guardandomi negli occhi,
possa scoprire questo e quanto altro ancora provo,
che non so dire
e che non so scrivere,
perché non esistono le parole.



Preparai il tutto in una mattina soleggiata che lasciava intravedere la possibilità che presto sarebbe arrivata la primavera. Mi sembrava, forse, anche per questo motivo meteorologico la giornata giusta per farlo. Arrivava la primavera, ovunque. Lasciai la cornice e le mie parole sul comò, in camera da letto. Non le anticipai nulla, volevo assaporare la sua reazione naturale. Non forzata da un annuncio.
 

parte 10.3



Suonò il campanello. Mantenne fede alla promessa appena fatta. Le volevo chiedere qualcosa, ad esempio come stava… Ma mi fermò. Fermò le mie domande mettendomi il suo dito indice di traverso sulle mie labbra, mentre con l’altra mano mi sfiorò il petto. Le parole si eclissarono con il soffio carezzevole del suo bacio. Appese il capotto sull’attaccapanni vicino all’ingresso, si tolse le scarpe, quindi il resto dei vestiti scivolarono, senza far rumore, giù sul pavimento. Si diresse in camera alla volta del letto a baldacchino. La guardai e vedendo, nelle sue sinuose curve, uno splendido Stradivari, appresi di essere un talentuoso pronto a suonare tutte le opere per archi di Brahms. E null’altro teneva importanza.
La Buoilabaisse poteva aspettare, ero certo che di suo non avrebbe avuto nulla da ridire.
Ci perdemmo uno nel corpo dell’altra. Era un gioco diverso dalle altre volte. Era un gioco fatto di baci ed abbracci. Di carezze e di tenerezze. Di parole e di confessioni, quelle che si fanno agli amati, quelle che alcuni dicono per circostanza, ma nuove per noi e soprattutto affatto scontate.
Ricordo che alla radio passò una nuova canzone di una bianca promessa della musica soul, Adele. Quella musica, ogni volta che la risento, mi riconsegna a quel momento. Fu il giorno più bello passato con lei che io possa rammentare.

venerdì 19 ottobre 2012

parte 10.2



Camminando senza una direzione, e passando per vie e piazze dai nomi di eroi italiani e dalle fragranze di piatti asburgici, Carla si ritrovò in quello che ora viene chiamato Molo Audace, ma che una volta, prima che approdasse il cacciatorpediniere italiano che ne diede il nome alla fine della prima guerra mondiale, era conosciuto come Molo San Carlo.
Guardò i gabbiani librarsi nel cielo sfruttando le correnti del vento. Invidiò quei uccelli liberi e candidi, che anche nei giorni dove la bora soffia forte, non cadono mai. Avrebbe voluto spiccare anch’essa il volo. O forse solamente buttarsi dal quel molo in fronte ad una delle piazze più belle che esistano sul mare, e nel mare affondare. Velocemente, divorata da Nettuno. Confidando che il macigno portato dentro facesse il suo dovere.
Nuovamente le squillò il cellulare, le voci di Shakira e di Pitbull la reclamavano per conto di qualcun altro.
Questa volta rispose.

“Carla, dove sei? E’ tardi e ti stavamo aspettando… io e la Bouilbaisse.” Incolpai così la zuppa di pesce della mia gelosia e delle paure che mi facevo, non vedendola arrivare.
“Ora arrivo, ho avuto un contrattempo sul lavoro…in ufficio. Ti amo, e mi manchi bell’uomo.”
“ Ti adoro splendida fanciulla.”
Ci salutammo velocemente con la sua promessa che sarebbe arrivata il prima possibile.
Non lo so bene il perché, ma qualcosa mi suonava strano, fosse solo per il motivo che non lo aveva finora mai fatto, o forse perché non capivo che genere di contrattempo potesse avere una telefonista. Ma tant’è, mi fidavo di lei. Non avevo motivo di dubitare delle sue parole. O non mi sentivo il diritto di farlo, ci conoscevamo da poco e conoscevo tutti i suoi segreti. Soprattutto quelli inconfessabili.

lunedì 1 ottobre 2012

parte 10.1




Carla non andò a casa. Iniziò a girovagare senza una meta. Non aveva ancora capito tutto il senso di quello che le era appena stato detto. Ed aveva bisogno di riflettere. La sua vita si trovò d’un tratto ad un bivio, tra ciò che voleva lei e quello che altri volevano per lei. Tra l’incognita di una nuova emozione e la sicurezza di un’abitudine a cui era educata a sottostare, per vivere o solo per sopravvivere. Tra  il buio schietto dell’ignoto e la luce artificiale dell’abitudine.
Il sole basso di quella giornata invernale accentuava la sua ombra, il suo lato oscuro, quello che ogni uomo ed ogni donna si portano dietro, spesso con imbarazzo, altre volte come un ingombro, sempre con fatica. E senza la possibilità di separarsene, di poter percorrere, anche un solo giorno, o una sola ora, strade diverse.
I suoi pensieri spaziavano dalla sua infanzia ed alle attenzioni dei suoi genitori, al giorno che conobbe Natasha ed il Venezuelas, per arrivare al suo primo bacio francese dato ad un buffo compagno di classe in seconda media ed all’ultimo dato, quella mattina, sulla guancia dell’uomo che amava, lievemente per non svegliarlo.
Pensieri concatenati, come se avessero un filo conduttore, in cerca di uno scopo. O di un perché.
Le sembrò che la sua vita fosse al pari di una fiaba: lei prigioniera in una torre, messa lì da mamma e papà e guardata a vista da un perfido drago. Aspettando che il principe azzurro giungesse a salvarla.
Invece è arrivato Shrek… osservò. Mentre un accenno di sorriso apparve e subito scomparve sulle sue labbra secche per il freddo e prive di quel rossetto che invece eccedeva di notte.
Infatti, la prima volta che vide e conobbe Giovanni, probabilmente per il modo di muoversi e di porsi, lo immedesimò a quella figura burlesca e goffa di quel cartone della Dreamworks. Ed i suoi amici ricordavano per qualche analogia ciuchino. L’asinello amico fedele di Shrek. Pensandoci bene, ricordavano ciuchino solamente in quanto erano tutti ciucchi… riconsiderò Carla.
Le ritornò a mente il primo giorno di lavoro al night, prima dell’esibizione Almir le disse che le donne belle come lei sono un capolavoro d’arte e come l’arte c’è chi la sa fare e chi la sa vendere. Lui la sapeva vendere, bene. E lei era la sua tela; la sua ballerina di Degas. Parole rimaste indelebili nella sua mente che l’hanno lasciata intimorita, soprattutto perché dette con uno sguardo ferreo che Almir ostentava nelle sue parole che non ammettevano diritto di replica.
In merito, rammentò, con un brivido freddo lungo la schiena, le parole del professore d’arte del liceo: l’arte e la merda sono simili, c’è sempre qualcuno che la vende e c’è sempre qualcuno che la compra. E spesso sono confuse tra di loro.
Riecheggiarono anche le parole di  Natasha sugli uomini che frequentavano il locale, “ Sono persone fragili, con la paura di dichiarare tutto l’amore che hanno e provano, per il terrore di non essere corrisposti. Proprio per ciò, essi trovano rassicurante pagare per amare ed essere amati. E’ proprio come il titolo di dottore che tu hai conseguito: esercitiamo un ruolo che può essere considerato tra lo psicologo e l’assistente sociale.”
Ma che dell’argomento nessun docente non aveva mai né accennato, né tantomeno preparato alcun laureando.
Carla avvertì un vuoto dentro. Rifletté a come mai se il vuoto non pesa si sentisse un macigno nello stomaco.
Nel frattempo squillò il suo cellulare, ma lei presa da invadenti pensieri non se ne accorse nemmeno. O non gli diede credito.