lunedì 12 novembre 2012

parte 10.3



Suonò il campanello. Mantenne fede alla promessa appena fatta. Le volevo chiedere qualcosa, ad esempio come stava… Ma mi fermò. Fermò le mie domande mettendomi il suo dito indice di traverso sulle mie labbra, mentre con l’altra mano mi sfiorò il petto. Le parole si eclissarono con il soffio carezzevole del suo bacio. Appese il capotto sull’attaccapanni vicino all’ingresso, si tolse le scarpe, quindi il resto dei vestiti scivolarono, senza far rumore, giù sul pavimento. Si diresse in camera alla volta del letto a baldacchino. La guardai e vedendo, nelle sue sinuose curve, uno splendido Stradivari, appresi di essere un talentuoso pronto a suonare tutte le opere per archi di Brahms. E null’altro teneva importanza.
La Buoilabaisse poteva aspettare, ero certo che di suo non avrebbe avuto nulla da ridire.
Ci perdemmo uno nel corpo dell’altra. Era un gioco diverso dalle altre volte. Era un gioco fatto di baci ed abbracci. Di carezze e di tenerezze. Di parole e di confessioni, quelle che si fanno agli amati, quelle che alcuni dicono per circostanza, ma nuove per noi e soprattutto affatto scontate.
Ricordo che alla radio passò una nuova canzone di una bianca promessa della musica soul, Adele. Quella musica, ogni volta che la risento, mi riconsegna a quel momento. Fu il giorno più bello passato con lei che io possa rammentare.

venerdì 19 ottobre 2012

parte 10.2



Camminando senza una direzione, e passando per vie e piazze dai nomi di eroi italiani e dalle fragranze di piatti asburgici, Carla si ritrovò in quello che ora viene chiamato Molo Audace, ma che una volta, prima che approdasse il cacciatorpediniere italiano che ne diede il nome alla fine della prima guerra mondiale, era conosciuto come Molo San Carlo.
Guardò i gabbiani librarsi nel cielo sfruttando le correnti del vento. Invidiò quei uccelli liberi e candidi, che anche nei giorni dove la bora soffia forte, non cadono mai. Avrebbe voluto spiccare anch’essa il volo. O forse solamente buttarsi dal quel molo in fronte ad una delle piazze più belle che esistano sul mare, e nel mare affondare. Velocemente, divorata da Nettuno. Confidando che il macigno portato dentro facesse il suo dovere.
Nuovamente le squillò il cellulare, le voci di Shakira e di Pitbull la reclamavano per conto di qualcun altro.
Questa volta rispose.

“Carla, dove sei? E’ tardi e ti stavamo aspettando… io e la Bouilbaisse.” Incolpai così la zuppa di pesce della mia gelosia e delle paure che mi facevo, non vedendola arrivare.
“Ora arrivo, ho avuto un contrattempo sul lavoro…in ufficio. Ti amo, e mi manchi bell’uomo.”
“ Ti adoro splendida fanciulla.”
Ci salutammo velocemente con la sua promessa che sarebbe arrivata il prima possibile.
Non lo so bene il perché, ma qualcosa mi suonava strano, fosse solo per il motivo che non lo aveva finora mai fatto, o forse perché non capivo che genere di contrattempo potesse avere una telefonista. Ma tant’è, mi fidavo di lei. Non avevo motivo di dubitare delle sue parole. O non mi sentivo il diritto di farlo, ci conoscevamo da poco e conoscevo tutti i suoi segreti. Soprattutto quelli inconfessabili.

lunedì 1 ottobre 2012

parte 10.1




Carla non andò a casa. Iniziò a girovagare senza una meta. Non aveva ancora capito tutto il senso di quello che le era appena stato detto. Ed aveva bisogno di riflettere. La sua vita si trovò d’un tratto ad un bivio, tra ciò che voleva lei e quello che altri volevano per lei. Tra l’incognita di una nuova emozione e la sicurezza di un’abitudine a cui era educata a sottostare, per vivere o solo per sopravvivere. Tra  il buio schietto dell’ignoto e la luce artificiale dell’abitudine.
Il sole basso di quella giornata invernale accentuava la sua ombra, il suo lato oscuro, quello che ogni uomo ed ogni donna si portano dietro, spesso con imbarazzo, altre volte come un ingombro, sempre con fatica. E senza la possibilità di separarsene, di poter percorrere, anche un solo giorno, o una sola ora, strade diverse.
I suoi pensieri spaziavano dalla sua infanzia ed alle attenzioni dei suoi genitori, al giorno che conobbe Natasha ed il Venezuelas, per arrivare al suo primo bacio francese dato ad un buffo compagno di classe in seconda media ed all’ultimo dato, quella mattina, sulla guancia dell’uomo che amava, lievemente per non svegliarlo.
Pensieri concatenati, come se avessero un filo conduttore, in cerca di uno scopo. O di un perché.
Le sembrò che la sua vita fosse al pari di una fiaba: lei prigioniera in una torre, messa lì da mamma e papà e guardata a vista da un perfido drago. Aspettando che il principe azzurro giungesse a salvarla.
Invece è arrivato Shrek… osservò. Mentre un accenno di sorriso apparve e subito scomparve sulle sue labbra secche per il freddo e prive di quel rossetto che invece eccedeva di notte.
Infatti, la prima volta che vide e conobbe Giovanni, probabilmente per il modo di muoversi e di porsi, lo immedesimò a quella figura burlesca e goffa di quel cartone della Dreamworks. Ed i suoi amici ricordavano per qualche analogia ciuchino. L’asinello amico fedele di Shrek. Pensandoci bene, ricordavano ciuchino solamente in quanto erano tutti ciucchi… riconsiderò Carla.
Le ritornò a mente il primo giorno di lavoro al night, prima dell’esibizione Almir le disse che le donne belle come lei sono un capolavoro d’arte e come l’arte c’è chi la sa fare e chi la sa vendere. Lui la sapeva vendere, bene. E lei era la sua tela; la sua ballerina di Degas. Parole rimaste indelebili nella sua mente che l’hanno lasciata intimorita, soprattutto perché dette con uno sguardo ferreo che Almir ostentava nelle sue parole che non ammettevano diritto di replica.
In merito, rammentò, con un brivido freddo lungo la schiena, le parole del professore d’arte del liceo: l’arte e la merda sono simili, c’è sempre qualcuno che la vende e c’è sempre qualcuno che la compra. E spesso sono confuse tra di loro.
Riecheggiarono anche le parole di  Natasha sugli uomini che frequentavano il locale, “ Sono persone fragili, con la paura di dichiarare tutto l’amore che hanno e provano, per il terrore di non essere corrisposti. Proprio per ciò, essi trovano rassicurante pagare per amare ed essere amati. E’ proprio come il titolo di dottore che tu hai conseguito: esercitiamo un ruolo che può essere considerato tra lo psicologo e l’assistente sociale.”
Ma che dell’argomento nessun docente non aveva mai né accennato, né tantomeno preparato alcun laureando.
Carla avvertì un vuoto dentro. Rifletté a come mai se il vuoto non pesa si sentisse un macigno nello stomaco.
Nel frattempo squillò il suo cellulare, ma lei presa da invadenti pensieri non se ne accorse nemmeno. O non gli diede credito.

martedì 25 settembre 2012

riflessioni sottosopra

Questo blog è nato per gioco, o meglio per mettermi in gioco, volevo vedere se riuscivo tecnicamente a farne uno. E volevo sapere se qualcuno avesse mai perso tempo a leggermi. Il tema dello stesso sono i sentimenti e le passioni, spesso non corrisposti, e se corrisposti qualcosa o qualcuno è sempre pronto a contrapporsi. A volte il tempo, a volte le situazioni, a volte niente; ma un niente che come un vuoto d'aria aspira tutto a se portando via ciò che conta. O da ciò che conta. Ma poi cosa conta? Conta solo quello che ci fa soffrire? Conta solo quello che non possiamo avere? O conta solo l'orgoglio. L'orgoglio che divora le anime o l'orgoglio che manda tutto a puttane? Poi le puttane chi sono? Quelle che vendono il loro corpo per darti cinque minuti di felicità o quelle che per darti cinque minuti di felicità ti fanno (s)vendere l'anima?
Se risposte certe non esistono, bisogna però ricordare, per evitare di essere presi sul serio, che le domande sono solo finzione teatrale. Nessuno me ne abbia.
E nessun dorma...

Dilegua, o notte!... Tramontate, stelle!...
All'alba vincerò!...

parte 9.2



“La mia vita privata non gli deve interessare.” Disse Carla con tono seccato, non tanto per Natasha, ma per l’evidente ingerenza del suo angolino di vita privata da parte dei suoi datori di lavoro notturno.
“Non è così, mio cuore.”
“Accidenti se è così”
“No! Non lo è. Tu sei la loro gallina dalle uova d’oro.” Accentuò volutamente “la loro”.
Nessuno aveva mai indicato Carla come gallina, la cosa non le piacque. Ed il suo sguardo lo rivelò chiaramente.
“Cuore mio, prova a capire… pensa a quanti clienti vengono lì per te, solo per te, sei la più bella. Sei diversa da tutte le altre, hai qualcosa in più, hai quella sensualità misto a purezza e quell’ ingenuità che piace agli uomini. Sai di acerba, sembri una mela ancora da cogliere. Tutti vogliono credere di essere i primi a cogliere il tuo frutto.”
Carla, se da una parte si sentì lusingata per quelle parole, dall’altra si sentì infastidita. Il motivo era comunque lo stesso e Natasha aveva maledettamente ragione.
Carla continuò a prestare attenzione in silenzio.
“Tacos asseriva che da un po’ di tempo non sei più la stessa, che Miss Downey non attizza più. I clienti cercano altre. Ma soprattutto che sia tu non cercare loro.”
“ Ascolta la tua amica, ascolta chi ha già passato quello che ora stai provando tu. Lascia quell’uomo, l’amore è solo reazioni chimiche, così come chimiche sono le tossine e come le tossine fa male, è una malattia, una piaga. Non siamo fatti per amare. L’amore porta  più sofferenza che felicità.”
Il rombo del passaggio di una moto elaborata interruppe la frase per un attimo. Tempo per dare a Carla il pensiero sfuggente di come e quanto Natasha ne sapesse sulle tossine.
“ E poi quelli lì sono capaci di tutto. Lo sai bene. Dovete stare attenti. ”
Poi sottovoce, fra se e se, aggiunse: “Dobbiamo stare attente.”
“Va bene Natasha, ci penserò su. Grazie per tutto quello che stai facendo per me. Sei una brava persona. Ti voglio bene. Ora, se non hai altro da dirmi andrei a casa.”
Lo disse in modo spicciolo in parte perché voleva separarsi da chi l’aveva gettata nella fossa di quei leoni chiamati dilemmi ed in parte pensando a Giovanni che l’aspettava.


La collega di Lap Dance arrivata dall’Ucraina, venuta in cerca di vita migliore di quella lasciata alle spalle, in un paese alla periferia dell’Europa, che per ironia della sorte è anche il significato del suo nome, abbracciò forte Carla. Poi solo con lo sguardo la salutò, cambiando subito marciapiede dirigendosi altrove: doveva darle spazio, in modo che  potesse elaborare quelle sue parole.
 

lunedì 24 settembre 2012

parte 9.1



Carla ricevette un sms: “Ti devo parlare. Urgente, sono sotto il tuo lavoro.” era Natasha, una sua collega del Venezuelas. Mancava ancora un’ora alla fine del suo turno: Carla si recò dal suo capo domandando un permesso. Sapeva che non era solito darne. Quindi sfoderando una faccia desolata e adducendo che la madre stava molto male chiese di lasciare anticipatamente il lavoro.
Natasha non era solo una sua collega, era la sua migliore amica del club: quella che fin dal primo giorno l’aveva aiutata, seguita e consigliata. Rincuorata all’occorrenza. La conosceva, bene e se lei diceva che era urgente lo doveva essere sicuramente. Carla scese le scale ed uscì dall’edificio rosso mattone,
una volta sede di una rinomata società produttrice di liquori, ora sede di una Società di assicurazioni.
Natasha era lì, la stava aspettando, sembrava visibilmente preoccupata.
“ Ciao mio cuore” disse Natasha abbracciandola.
“ Che bella sorpresa che mi hai fatto. E’ bello vederti fuori dal lavoro.”
“Non ho voluto venire, ho dovuto”
“Natasha, mi fai preoccupare.”
“ Mio cuore, ti devi preoccupare.” Natasha parlava sempre così con tutti, era un suo intercalare, indifferentemente se si rivolgesse ad un uomo o ad una donna.
“ Andiamo a prenderci un caffè. Non posso rimanere qui sotto, sapessi che storia ho dovuto raccontare per andarmene prima. Per certi versi sono più controllata qui che giù al locale da Tacos…”
“Andiamo, ma restiamo all’aperto. Quello che ho da dirti è meglio che non lo senta nessuno.”
Si incamminarono. Carla guardava la sua collega ed amica con preoccupazione misto a stupore, non capiva cosa le stava per cadere addosso.
“Vedi, stamane, sono tornata al locale, ieri avevo dimenticato lì il telefonino. Mi faccio sempre gli affari miei, ma questa volta ho sentito qualcosa che proprio non avrei voluto sentire. Lo sai che ti voglio un mondo di bene… ti considero come una sorella… ti devo raccontare tutto.”
“Natasha, ti voglio bene anch’io e mi preoccupo per te. Non metterti in situazioni di cui poi non sai come uscirne.”
“Mio cuore, devi stare attenta, Tacos parlava con Almir di te, dicevano che ti vedi con qualcuno e da troppo tempo”.


Almir, era la mente del Venezuelas,  un metro e ottantasette di altezza, corporatura apparentemente esile, capelli corti e brizzolati, barba incolta e portamento signorile, colui che risolveva tutti i problemi logistici: dal pagare le fatture a foraggiare i poliziotti. Era una persona colta, e per questo più pericolosa. Dimostrava sempre una efferata lucidità criminale. Si diceva fosse laureato a pieni voti in legge all’Università di Tirana, che avesse un Master in criminologia conseguito a Londra in collaborazione con Scotland Yard e non di meno che per un certo periodo fosse stato un funzionario del Sigurimi, la polizia segreta albanese, durante la dittatura comunista.

 

giovedì 6 settembre 2012

pezzi di puzzle


Mi disse che eravamo fatti uno per l'altro, la guardai con lo sguardo di chi pur condividendo il pensiero desiderava la spiegazione. La sua spiegazione. Lei, vestita solamente di sfuggenti lenzuola, con sguardo amorevole ed appagato mi disse che avevo la misura giusta per lei. Per la sua conformazione, per la sua fisicità. La cosa mi piacque, in fondo nessuno per farmi un complimento mi aveva mai detto che ero il suo pezzo di puzzle mancante. 

Quella che poi fu l'ultima volta che l'ho abbracciata, mi accorsi di quanta ragione avvesse. Sentì che le mie braccia si posavano e si sposavano perfettamente sulla sua schiena: eravamo due pezzi di puzzle.