giovedì 10 dicembre 2015

Acqua santissima

A volte le lacrime sono come gocce di acqua santa che promettono (e fanno) miracoli.
Sopratutto  quelle dirette ad un qualsiasi uomo da parte di una donna non qualsiasi.

mercoledì 26 marzo 2014

Piccola, anzi piccolissima riflessione sulla felicità

Siamo sempre alla ricerca della felicità, per noi stessi. La invochiamo come legittimo diritto, innegabile e della quale siamo spesso derubati o per la quale subiamo soprusi.
Tutto giusto, la felicità è un sacrosanto ed inviolabile diritto.

Ma se per una volta provassimo a ribaltare la situazione?
E se invece di chiederla provassimo a donarla?

Con un sorriso, con una carezza, con una parola… 

In fondo tutto quello che doniamo è nostro per sempre, non ce lo possono portare via.

Quindi, regaliamola, elargiamola, dispensiamola, doniamola! A quantità.

martedì 22 ottobre 2013

somiglianze

Ho sempre dubitato che gli uomini fossero fatti ad immagine e somiglianza di Dio, al contrario non avevo dubbi che lei fosse fatta ad immagine e somiglianza di Venere.

lunedì 2 settembre 2013

mancanze

A volte mi mancano i suoi occhi per come mi guardava,
a volte mi manca solo la sua bocca...

lunedì 27 maggio 2013

parte 21.2



Dirigendomi verso casa di Carla mi chiedevo perché lo facevo, forse glielo dovevo? Fra noi era tutto finito, ma in fondo le volevo bene ancora, ci siamo amati, non potevo rinnegare ciò che avevo provato e quindi non potevo far finire tutto nella totale indifferenza.
Eravamo stati l’uno la metà uno dell’altra. Mi piaceva questa definizione, e la sentivo quanto mai vera e mia.
Cerchiamo la nostra metà anche per tutta la vita, è la meta del nostro viaggio sulla terra.
Non sono un credente nel senso strettamente religioso, ma credo nello spirito, magari strettamente legato al fisico, in ognuno di noi c’è una spiritualità, che poi ognuno gli dà il nome che preferisce. Secondo me, la metà che cerchiamo non è un qualsiasi partner, o moglie, o amante è proprio la meta che ci manca, la parte che ci completa. E’ come se alla nascita qualcosa di noi si fosse scissa e finita chissà dove. Noi la cerchiamo, la dobbiamo trovare, ma deve essere quella, non una qualsiasi.
Come due pezzi di un puzzle.
Altrimenti non saremo mai completi. Né contenti.
Io l’avevo trovata e poi perduta.
Porcaccia la miseriaccia
Stavo per attraversare la strada senza guardare, distratto dai miei pensieri pseudo-neuro-psico-filosofici che un autobus mi sfiorò il naso di pochi centimetri. Forse anche qualche cosina di meno: dovevo smetterla di farmi pippe mentali! E dovevo svegliarmi! Cazzo!

parte 21.1



Sweet home Alabama vibrava e suonava dalla mia tasca. Dal display del telefonino lampeggiava il nome di Carla. Lo guardai per un po’. L’ultima volta che ci avevo parlato era in ospedale. E troppe cose erano successe. O sfuggite di mano. Non avevo voglia di parlarle. Premetti il tasto rosso che mi negava all’interlocutore. Continuai la conversazione con il mio amico Graziano Graz the Ganz e una delle sue tante amiche. Bravo lui: non si innamorava mai. Di nuovo il telefonino, di nuovo i Lynyrd Skynyrd con Sweet home Alabama, di nuovo quel nome che volevo scordare. Questa volta premetti il tasto verde, avrei voluto dire solamente brutte parole.
“Pronto” dissi con voce scocciata.
“Almir era qui…” poi singhiozzi. “Natasha la mia collega è morta…anzi no… l’hanno uccisa”
Poi un pianto.
“Carla spiegati, cos’è successo?”
Ancora pianti
“Carla, dimmi come stai ora, ti hanno fatto di nuovo del male?”
“no… no… sto bene, ma Natasha… l’hanno uccisa, ovvero è morta, ma sono convinta che sono stati loro.”
“Gli albanesi?”
“Sì”
“Dove sei Carla?”
“ A casa…”
“Ed Almir cosa ti ha fatto?”
“Niente… è stato gentile… anche se la sua gentilezza era… alquanto minacciosa.”
“Vengo da te…”
Chiusi il telefonino.
Forse non aspettavo altro che pronunciare quelle parole, o forse glielo dovevo. Probabilmente tutte e due le cose.
Mi rivolsi a Graziano e gli dissi che dovevo andare.
“ Problemi?”
“ Sì, e parecchi a quanto sembra.”
“ Posso aiutarti?”
“ Adesso no.”
“ Se ti servo, chiamami.”
Lo ringraziai. Anche se lo avrei mandato al diavolo: in parte era colpa sua di tutto ciò, fu lui a portarmi per la prima volta al Venezuelos.

parte 20.2



Il campanello di casa suonò due volte.
Solo il male imperterrito risorge ovunque.
Carla si chiese chi avrebbe potuto essere.
Si diede una sistemata veloce ai capelli e chiuse la zip della giacca della tuta di ciniglia che indossava.
Si avvicino alla porta e chiese chi è.
Rispose una voce roca: “fiori”.
Guardò fuori attraverso lo spioncino della porta. Vide solamente un sterminato mazzo di rose rosse.
Aprì la porta a quella che sembrava una promessa d’amore.
Ma dietro ai fiori un sorriso già conosciuto, uno di quelli che non puoi dimenticare, uno di quelli che ti fa accapponare la pelle.
“Buongiorno principessa”.
Era Almir.

parte 20.1



Carla era appena tornata a casa dall’ospedale, fisicamente era provata ma stava meglio, psicologicamente si sentiva un relitto dimenticato in fondo al mare: aveva perso il suo bambino, aveva perso Giovanni ed aveva appena perso la sua migliore amica.
No Nou, la venere nera del Venezuelas, andata a trovarla in ospedale il giorno prima, le raccontò della tragica morte di Natasha. Della quale non credeva nemmeno un po’ alle motivazioni dedotte dalla polizia sull’omicidio. Avevano parlato di uno rapporto sessuale o di uno stupro finito male. Natasha fu trovata mezza nuda, legata e con un sacchetto di nylon chiuso sulla sua testa: morta per asfissia.
“Idioti” Esclamò parlando con la tazza di tè che si era appena preparata.
“Come al solito non capiscono un cazzo!” Continuò mescolando un cucchiaino di miele di acacia.
“Non è possibile, Natasha sapeva sempre bene chi aveva diffronte, e non si sarebbe mai fatta legare da uno sconosciuto… è tutta una montatura…”.
“Il club nasconde qualcosa e Natasha ne era partecipe, ne sono certa…”
Continuò il suo monologo diretto al mondo. O solamente alla tazza di tè: perché il mondo come finora l’aveva finora conosciuto era finito. Definitivamente.

parte 19.3



Martini continuò a dare un’occhiata alla scena del crimine. Tenendosi a distanza dalla vipera con le stellette. Rimuginò che ne aveva abbastanza di vipere e che aveva già da tempo finito tutti gli antidoti per compensare i morsi della sua ex moglie. Egli era un uomo troppo dedito al lavoro, di quelli che trascurano la famiglia per finire il lavoro bene ed a qualunque costo. Costo che spesso paga la consorte. Costo che un giorno lei si rifiutò di onorare: una sera, rientrando tardissimo, dopo un lungo pedinamento,  Martini si ritrovò al cospetto di tre valige pronte e tre parole lapidarie:
Ho un altro.
La vice commissario ordinò qualcosa ai suoi uomini, ed uno andò subito alla radio.
Arrivò dopo una ventina di minuti la scientifica, e contemporaneamente una unità cinofila chiamata dalla Nobile.
Martini pensò che era troppo anche per lui, cinofila e scientifica avrebbero messo poco tempo a litigare tra loro, era giunto il tempo di scansarsi.
“Andiamo ragazzi, lasciamo il campo ai professionisti”

parte 19.2




Al permesso di andarsene i tre ciclisti montando in sella non persero tempo ad addentrarsi per un sentiero carsico irto di cespugli ed alberi, cosicché in pochi secondi mountain bike ed i loro cavalieri scomparvero.
Quasi contestualmente arrivò un’altra volante, era la Polizia di Frontiera, scese dall’auto la vice commissario Maddalena Nobile.
“Tanto bella quanto spacca marroni” disse sottovoce Martini alla vista della giovane donna; alta un metro e settantacinque, longilinea e nonostante la divisa presentava un seno procace, capelli neri lucidi che per l’occasione erano pettinati all’indietro e legati a coda facendo così risaltare ancora di più i suoi occhi azzurri chiarissimi che come l’espressione erano di ghiaccio.
“Ispettore, dove sono i ciclisti che hanno trovato il corpo?”
“Dottoressa buongiorno” L’accento sul buongiorno era voluto, Martini mal sopportava superiori strafottenti e maleducati.
“Si trattavano di tre colleghi della caserma dei pompieri, gli conosco e garantisco io per loro, sono d’accordo che poi passeranno in caserma per firmare una dichiarazione.”
Avvicinandosi alla vettura e dandoci un’occhiata dentro la Nobile rispose con aria di sufficienza e senza guardarlo negli occhi:
“Non mi risulta che i pompieri siano poliziotti ispettore.”
“In effetti no, ma come me e lei rispondono al Ministero dell’Interno”
Martini non era uno che si perdeva con le parole, e nemmeno con i fatti.
“Bene ispettore, facciamo così, le tolgo l’incombenza, porti quanto prima al mio commissariato la dichiarazione dei pompieri assieme alla sua. Prendiamo noi il caso.”
“Dottoressa, siamo arrivati per primi sulla scena del crimine…”
“Ispettore, siamo a pochi metri dal confine, la donna è straniera, ergo è nostra la giurisdizione.”
“Dottoressa…”
“Guardi che ho già parlato con il suo comandante, si tranquillizzi...”
“…A proposito ispettore, spero che nessuno abbia toccato nulla”
“Noi no, nemmeno i ciclisti… ma gentilmente, come fa a sapere che la donna è straniera?”
“Ho fatto i compiti, ispettore, ho fatto i compiti… La donna è una nostra conoscenza.”
“Agli ordini dottoressa, comunque aspetteremo qui l’arrivo della scientifica, dal momento che l’abbiamo chiamata noi.”

mercoledì 6 febbraio 2013

la metà alla meta.



Cerchiamo la nostra metà anche per tutta la vita, è la meta del nostro viaggio sulla terra
     Premetto che non sono un credente nel senso strettamente religioso, ma credo nello spirito, magari strettamente legato al fisico, in ognuno di noi c’è una spiritualità, che poi ciascuno gli dia il nome che preferisce. Preambolo per poi dire che la metà che cerchiamo non è un qualsiasi partner, moglie o marito, oppure amante, è proprio la metà che ci manca, la parte che ci completa. E’come se alla nascita qualcosa di noi si fosse scissa e finita chissà dove.
    Noi la cerchiamo, la dobbiamo trovare, ma deve essere quella metà lì, non una qualsiasi. Come due pezzi di un puzzle.
    Altrimenti non saremo mai completi.

mercoledì 30 gennaio 2013

parte 19.1




I tre poliziotti si avvicinarono ai ciclisti ancora esterrefatti per avere incontrato quella mattina una donna orribilmente morta sulla loro spensierata via, lontano dalla strada, dai rumori e dal caos.
Si sarebbero aspettati una famiglia di cinghiali attraversargli il sentiero che percorrevano, magari un cane rincorrere uno dei loro polpacci, ma una macchina nera sporcata del rosso colore del sangue proprio no.
“Sono l’ispettore Franco Martini della squadra mobile di Opicina” Si qualifico l’agente più anziano.
Risposero i loro nomi quasi in coro i tre ciclisti, infreddoliti dal stare fermi con addosso tutine adatte ad atleti dai sforzi muscolari intensi e continuati, non sicuramente adatte a dei spettatori di morte.
“Immagino che abbiate chiamato il 113 appena visto il cadavere, avete toccato qualcosa?”
“ Sì abbiamo chiamato subito e no, non abbiamo toccato nulla” Rispose Giuseppe Collavini, quello che sembrava il “capo gita”.
“ Siamo tre pompieri della caserma di Opicina e senza questi caschi da ciclista e con la nostra divisa probabilmente ci avrebbe già riconosciuti.” Disse togliendosi gli occhiali specchiati che portava.
“Accidenti vero, ora la riconosco, se il mondo è piccolo, Opicina è meno che piccolissima. Questo mi semplifica un po’ le cose. Vi lascio procedere, passate più tardi presso il nostro commissariato così ci firmate una breve dichiarazione.”
“Come vuole ispettore.”
“Non ci sono problemi dottore, le auguro una migliore continuazione.”
“Credo sia difficile il contrario… ma non impossibile… saluti.”
Giuseppe Collavini era il vice comandante della caserma dei pompieri di Opicina e spesso i due si erano trovati nello stesso posto per lo stesso motivo. Magari per estrarre una persona da una macchina accartocciata dopo un incidente o solamente per tirare giù da un tetto un rumoroso gatto in amore.

parte 18.0 secondo atto



SECONDO ATTO

Erano le quattro e venticinque di una notte oramai stanca e di una mattina non ancora rivelata. Le colline che accompagnavano un’autostrada deserta che dal confine italiano di Fernetti proseguiva in direzione della capitale Slovena prendevano forma. Natasha si trovava a guidare la sua Alfa Mito nera, ben attenta a non oltrepassare i limiti di velocità, anche se sapeva bene che mai a quell’ora autopattuglie della polizia slovena si trovassero su quel tratto che lei percorreva con una certa assiduità. Nei pressi di Lubiana, la macchina nera imbocco l’uscita per un paesino di nome Vhrnika, per poi fermarsi in una piazza come da istruzioni ricevute via sms. Doveva incontrare un uomo, sempre lo stesso, ma in luoghi sempre diversi che le venivano forniti all’ultimo momento. Sì fermò e spense le luci, era puntuale, l’uomo non c’era. Aspettò dentro l’auto,  assieme a mille pensieri ed ancora più dubbi. Era stufa, di tutto e di tutti. O quasi tutti. Il suo volto non riusciva a celare il turbamento.
Dopo dieci minuti arrivò una Bmw, scese un uomo di media corporatura apparentemente distinto, portava un cappotto grigio, un cappello grigio e guanti di pelle nera. Apri il bagagliaio ne estrasse una grossa valigia rigida tipo Sansonite, Natasha scese dall’auto e aprì il portellone della sua Mito, l’uomo ci infilò la valigia.
“Buongiorno Natasha”
“Buongiorno signor Igor”
“Tutto bene Natasha? Ti vedo stanca…”
“No signor Igor, tutto bene”
Il tale signor Igor la guardò negli occhi, sfoderando un sorriso rassicurante che ricordava un politico italiano dalla faccia che sembra una maschera.
“Meglio così, d’altra parte sei la puttana più ricca dell’Ucraina, di cosa ti puoi lamentare?”
Natasha non rispose, la verità fa male.
“Ah, l’altro ieri ho visto la tua sorellina, sta crescendo bene, così come il suo seno, sta diventando proprio un bel bocconcino.”
“Non la guardare neanche, stalle lontano o…”
“Shhhh… fai la brava cagnetta… Ora vai a fare quello che sai. E non preoccuparti. Non serve.”
Natasha sapeva che doveva obbedire: montò in macchina e prese la strada del ritorno.
L’uomo la guardò impassibile andarsene, poi estrasse dal suo cappotto un telefonino, fece velocemente un numero, rispose una segreteria telefonica:
“la corriera ha esaurito la benzina.”
Poi spense il cellulare estraendo batteria e sim, li buttò in un cassonetto adiacente.
Natasha si stava asciugando le lacrime mentre guidava spingendo sull’acceleratore e portando la macchina attorno ai 180 chilometri l’ora. Incurante di quei limiti che fino a poco fa stava perfettamente attenta, come se voleva essere fermata. Prese il cellulare fece il numero della persona di cui era innamorata. Pensò ai consigli dati appena qualche giorno prima alla sua collega Carla e pensò quanto sia facile dispensare pillole di verità e quanto sia difficile ingoiarle.
Dall’altro capo una voce di donna.
“Pronto?”
“Tesoro, sono io…”
“Natasha… che ora è? Che cosa succede?”
“Volevo sentire la tua voce, mi manchi…”
“Sono le cinque meno dieci, non mi chiami solo per sentire la mia voce…mi fai preoccupare.”
Devi preoccuparti.
“Tutto bene se ti vedo… “
“Allora dammi il tempo di indossare qualcosa. Fra trenta minuti al solito posticino nostro, ok?”
Non perdere tempo a vestirti…
“Sì tesoro, va benissimo… ti amo…”
“ A fra poco zuccherino mio”

Arrivò per prima una pattuglia della polizia del reparto di Opicina (un borgo triestino sull’altipiano carsico vicino il valico di Fernetti). Dalla volante scesero tre agenti, dall’altra parte tre ciclisti, un’Alfa Mito nera e un cadavere.

venerdì 28 dicembre 2012

giovedì 27 dicembre 2012

parte 17.0 fine primo atto



Nonostante non volessi più parlarle, ne sentirla, avvertivo il bisogno di vederla, magari in lontananza. Mi appostavo quasi ogni sera dietro il club, prima che lei arrivasse e dopo, prima che se ne andasse: volevo solamente sapere che stesse bene.
Almeno questa era scusa che usavo per me stesso.
Una sera dopo non averla vista entrare al Venezuelos e pensando che probabilmente era tra le braccia di qualche bancario di merda, m’incamminai verso un percorso che prometteva bar ed alcool, persone e bicchieri: calici pieni confacenti a colmare vite vuote.
Ero appena uscito da un bar nel centro del ghetto della città e mentre mi avviavo verso una taverna lì nelle vicinanze, mi ritrovai con la faccia a terra senza aver avuto nemmeno il tempo di capire che stavo cadendo, non ero inciampato di sicuro, quindi qualcuno mi aveva spinto giù, appena balenai questa idea, sentii una fitta secca sul fegato. Capii che si trattò di un calcio, solamente quando il secondo mi colpi la mascella.
Fanculo, due colpi ed ero già K.O..
Chi me li aveva appena tirati sapeva il fatto suo. 
Un tizio piccolo ma ben piazzato, che ricordai di averlo già visto al club, alzandomi testa per i capelli mi intimò di farmi i cazzi miei e di stare alla larga del Venezuelos e di chi ci lavorava. Non riuscii a rispondere, il dolore che provavo era troppo forte.
“Hai capito quello che ti ho detto femminuccia?”
Avrei voluto dirgli che forse era meglio che si guardasse sempre e bene le spalle e che era stato un vigliacco a prendermi alla schiena e che se riuscivo ad alzarmi avrei lucidato i miei stivali prendendolo a calci in culo… e che lo avrei ucciso... ma prima che ci riuscissi, un altro calcio mi colpi allo stomaco.

Fine del primo atto.

giovedì 20 dicembre 2012

parte 16.1



I vestiti lasciarono spazio alle nostre carnagioni, ambedue ambrate: la sua tanto uniforme quanto innaturale e la mia, che teneva vaghi ricordi del sole tropicale.
Eravamo follemente presi una dall’altro. Le nostre essenze si mischiarono divenendo un corpo ed un anima sola. Passione e dedizione ci condussero in un universo parallelo, in un posto dove non esiste il male.
E ben che meno i magnacci.
Pensai che avrei comprato casa volentieri in quel posto. Indifferentemente quanto costasse e se per pagarlo avrei dovuto vendere l’anima, al diavolo. O a chi per lui: ne valeva assolutamente la pena.

Sarà che il tempo è fottutamente relativo,  ma come le cose cambiano nel giro di pochi attimi non lo capirò mai: lei accese una sigaretta, non lo faceva mai, almeno non in mia presenza, sapeva che odiavo le sigarette, mi guardò con occhi distaccati e freddamente disse: “Gio’, prendiamoci un po’ di tempo.”  
Anche l’altro universo mi cadde addosso. 
Non esistono posti in cui al male sia negato l’accesso.
Non dissi nulla, mi misi i vestiti tra le nuvole grigie delle sue stramaledette sigarette sottili (e piene di merda). Uscendo, appoggiai sulla mensola dell’ingresso 50 euro, asserendo che erano più che ottimi ed abbondati per le sue scarse e scadenti prestazioni. Non volevo darle diritto di replica, non la guardai nemmeno, chiusi la porta con finta cortesia. Scesi per delle scale grigie, di vani grigi, di un condominio grigio.
Non mi ero mai accorto di quanto il grigio fosse vuoto e grigio era tutto quello che mi circondava.

Viali senza alberi e gradinate senza scalini,
albe senza luce e tramonti senza sole;
negozi pieni di cose vuote e commesse colorate dall'anima grigia.
Amari ricordi del dolce sorriso di una bocca di rosa mai stata mia.  


Per un bel po’ tutto quello che mi circondava diventò asettico. Ero in uno stato di anestesia che, in quel frangente di disperazione, serviva a creare alibi emozionali.

parte 15.2



Rimasi silenzioso. Continuavo a non capire cosa stesse succedendo.
“ Gio’ io ti amo, e questo è un sentimento che non mi posso permettere di avere.”
“ Ci sei andata a letto?”
“ Cambia qualcosa?”
“ Certo che cambia, mi è già difficile pensare che lo fai per lavoro… ora anche per divertimento proprio no!”
“ Non ci sono andata a letto e non ci ho fatto sesso, ci ho solo parlato, è uno carino sai… lavora in banca…”
“ Interessante teoria. E’ carino in quanto lavora in banca? C’entrano sempre i soldi per te, vero? Mi verrebbe da dire che per te con i soldi c’entra tutto!”
Presi un bel ceffone. Solitamente la verità fa male a chi la sente, ora anche a chi l’ha detta.
Mi guardò un attimo, non riuscivo a capire se mi odiava in quel momento o che.
Passarono alcuni minuti in silenzio, un po’ ci guardavamo, un po’ gli sguardi si perdevano oltre i muri verso orizzonti improbabili. Lei mi si avvicinò e con voce pacata e risoluta mi disse che mi avrebbe lasciato. Disse che l’avrebbe già dovuto fare.
Accusai il colpo, feci per andarmene, lei mi fermò prendendomi saldamente la mano, poi mi baciò.
E non fu un bacio e basta, continuò a farlo.  Nonostante una mia iniziale riluttanza, mi continuò a baciare, senza darmi diritto di decisione, senza darmi respiro. Comandava lei. Io non sapevo come ribellarmi, o forse sapevo ma sicuramente non volevo.
I baci sono l’essenza dell’amore. E sono sinceri in quanto privi di parole.
Le parole che sono spesso fuorvianti, a volte partono dalla pancia, altre dalla testa.I baci partono dal cuore. Gli abbracci dall’anima. E lei mi teneva stretto fra le sue braccia.
Ed io, bisognoso di cure come un ammalato terminale, la lasciavo fare.
Ero alla sua mercè.
Chi è alla mercè di chi.
Mi disse che era uno strazio solo pensare di lasciarmi andare.

parte 15.1



Carla tornò a casa, più o meno alla solita ora. Mi trovò sul divano.
“Ciao. Che fai sveglio?”
“ Ti aspettavo…”
“Mmm… vuoi subito la ricompensa?”
“ Carla, non prendermi per il culo.”
“ Che stai dicendo?”
“ Dico che stanotte le stavo per prendere e tu nemmeno c’eri”
“ No ti seguo… cosa stai blaterando… calmati.”
“ Sono calmo! O forse no. No…non lo sono. Ma questo non cambia. Non cambia il fatto che stanotte ero al Venezuelos  e la nera mi ha detto che non c’eri e di andarmene! Ed uno che lavora lì mi avrebbe voluto prendere a pugni …”
“ No Nou..”
“ Che hai detto?”
“ Ho detto No Nou, il nome di quella che tu chiami nera. Cazzo, lei ha un nome, non chiamarla nera!”
“ Cazzo lo dico io… tu al massimo li prendi…”
“ Vaffanculo Gio’ chi credi di essere? Sei qui a casa mia come ti permetti? In quel letto ci sei stato solo tu…Se mai la cosa ti riguardasse…”
Cercai di calmarmi.
“ Dov’eri? Dimmi dov’eri per piacere.”
Ci furono alcuni attimi di silenzio. La domanda che feci con tono pacato necessitava di una risposta sincera.
“ Non ti appartengo Giovanni…”
Se mai il peso del mondo fosse misurabile e quantificabile, sono certo di averlo sentito tutto tutto addosso.
Lei continuò:
“Non ti devo giustificazioni perché non ti appartengo.”
Prese un fazzoletto di carta dalla borsetta e si asciugò una lacrima cristallina che scendeva dall’occhio sinistro.
“ Non posso appartenere a nessuno Giovanni, non posso appartenere a nessun altro, perché sono già di proprietà di qualcuno… appartengo a tre albanesi…”
Altre lacrime scesero dal suo viso.
“ Che stai cercando di dire? Che scuse stai trovando?”
“ Dico che non mi lasceranno andare. Mai.”
Fece una pausa.
“ Sono la loro gallina dalle uova d’oro. Non possono lasciarmi andare via, non possono lasciare che mi innamori di qualcuno…”
Un’altra pausa.
“ Quella è brutta gente, sarà meglio che tu mi stia lontano.”
“Non capisco cosa c’entri tutto ciò con il fatto che non so dov’eri questa notte.”
“ Ero con un altro uomo Gio’”
Il mondo nuovamente si fece sentire.

mercoledì 19 dicembre 2012

parte 14.4



Finita l’esibizione mi recai al bar, temevo che si fossero insospettiti se me ne andavo subito.
Ordinai non so nemmeno io cosa. Comunque era forte e la bevvi quasi tutto d’un fiato. Guardavo il palco, cercando di far finta di niente. Fu il turno di quella che la volta prima era una poliziotta “cattivona”. Oggi vestita in stile anni settanta, mi sembrava la caricatura dei cugini di campagna. Prese con se la stessa donna dell’altra volta. Strane le cose della vita pensai, non ero il solo che si fosse innamorato di una puttana.
Era il momento buono per andarsene senza farsi notare, le due signore al centro della scena attiravano l’attenzione di tutti, buttafuori compresi.
Uscendo dal locale, subito fuori in strada, un tipo basso e tarchiato mi dette una spinta che mi fece quasi cadere a terra. Al posto delle scuse trovai parole minacciose.
“Stai attento cretino d’un ubriacone. Cerca di andartene subito e di non tornare se non vuoi che ti faccio irriconoscibile anche da tua madre”
“ Me ne vado. Ok.”
“ Ancora… insisti… corri o ti prendo e ti appendo per le palle al macello… là è pieno di vacche… ci staresti bene, vero?”
Accolsi il suggerimento. E la sottigliezza del messaggio. Non era il momento adatto per verificare l’attendibilità delle sue provocazioni.
Feci alcuni giri a vuoto cercando di capire se mi seguisse qualcuno. Dopo essermi sincerato di essere da solo andai a casa. A casa di Carla. Volevo spiegazioni. Volevo e dovevo capire. Sapevo che alla fine volevo solo lei. Per la prima volta ebbi paura di perdere qualcosa a cui tenevo.

parte 14.3



Appena entrai al Venezuelos mi accorsi come di essere sorvegliato, un mormorio tra alcuni buttafuori avrei giurato che fossero riconducibili a me. Feci finta di niente, anche perché niente altro potevo fare. Mi sedetti su un divanetto in disparte ma non troppo. Dovevo comunque essere scelto da Carla. Dopo una breve esibizione di alcuni giocolieri tipici da moda circense prese posto al centro del locale l’esibizione di quella che già definii la venere nera. Oggi vestita da crocerossina. Il vestitino bianco, che lentamente stava togliendo, perfettamente contrastava la sua pelle nera. Lei mi si avvicinò, e nonostante un mio tentativo di diniego, mi prese con se. Pensai subito che così sarebbe stato quantomeno improbabile essere poi scelto anche da Carla. Mi strinse al suo seno parzialmente schiarito da un pizzo bianco, così facendo si avvicinò al mio orecchio.
“ Vattene subito.”
Rimasi di stucco per quelle parole inaspettate e senza un senso apparente. Poi conscio che già mi tenevano d’occhio cercai di far finta di niente. Stetti al gioco instaurato. L’aiutai  a togliere le sue candide vesti per lasciar posto alla sua pelle, che, nera come il peccato, si prendeva gioco e vincita da ciò che convenzionalmente appare come puro e immacolato: il bianco. Come il male contro il bene. O solamente i desideri reconditi che, in quel posto ai confini della civiltà, trionfano contro un ipocrita perbenismo.
“ Che ci fai qui? Carla non c’è.”
Un altro fulmine a ciel sereno. Mi chiesi quante cose ancora sapeva la venere nera.
“ Vattene!“ Ribadì lapidaria, come se non fosse certa che il suo messaggio mi fosse arrivato preciso.